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Luigi Di Maio si è suicidato: quello che non aveva calcolato. Addio…

In un’aula sostanzialmente fredda, l’applauso più intenso e lungo al discorso di Mario Draghi è stato ieri mattina quello del ministro degli Esteri, che gli stava seduto proprio affianco. Il quale, mutuando un’espressione dal dialetto napoletano, si pone, rispetto al capo dell’esecutivo, come una sorta di “vaccariello”, cioè come il giovane vitello che sta attaccato ben stretto alla vacca madre che gli dà linfa vitale e forza per entrare nel mondo degli adulti. Nel caso di Di Maio, detto ancora Giggino quasi ad attestarne la non avvenuta maturità, la nuova madre adottiva ha sostituito da un po’ di tempo Beppe Grillo, che in qualche gli ha preferito un oscuro avvocato di provincia graziato dalla fortuna.

 

 

Draghi ha ridato un senso alla vita di questo giovanotto che solo tre anni fa, già al governo, rincorreva sogni adolescenziali in Francia viaggiando in macchina con Alessandro Di Battista alla ricerca di gilet gialli e rivoluzionari vari. Vuoi mettere tu le feluche e gli esperti della Farnesina, con tutte le porte che, al seguito di Draghi, gli si aprono anche all’estero? Uomo di fede prima, ancor più uomo di fede ora, Giggino ha però voluto strafare. Ha cioè dimenticato che, reggendosi il colosso Draghi sui piedi di argilla di una maggioranza atipica e litigiosa, la prudenza politica avrebbe suggerito di non muovere foglia e aspettare sulla riva del fiume l’eventuale cadavere degli altri. Quieta non movere, dicevano i latini. A maggior ragione non bisognerebbe muovere ciò che è già mosso di suo.

E invece, quasi a dimostrare con un atto concreto il suo amore per lui, Di Maio ha voluto consegnare al capo del governo, cioè al suo santo protettore, una pattuglia di 60 fedeli che, con non troppa difficoltà, ha sfilato al nemico Conte.

Il presidente del Consiglio, di poche parole, ha ricevuto e ha continuato sulla sua strada come nulla fosse accaduto, non considerando nemmeno il fatto che ormai fosse la Lega il suo principale azionista di riferimento in Parlamento. Una verifica politica non c’è stata, ma ci sono stati gli ultimatum di Conte, ormai prigioniero dell’ala estremista. Da giocatore di poker, ma anche da “impolitico”, il premier ha tentato allora il colpo grosso aprendo un altro fronte: quello col centrodestra, che se ne stava tranquillo e solo chiedeva, come è logico che sia, di dire la sua. Il suo discorso di ieri è suonato come una provocazione: o tutto, cioè i pieni poteri, o vado via. E il castello è crollato.

 

 

Alla fine si può dire che sia stato un doppio errore, quello a firma Di Maio e quello a firma Draghi. Il primo soprattutto ha generato una serie di (prevedibili) effetti a catena che, in sostanza, ci hanno portato dove siamo arrivati. Alla fine il gioco si è rotto e sotto le macerie rimane proprio chi aveva iniziato la partita credendo di fare un favore al suo protettore, che soccombe con lui. Giambattista Vico avrebbe parlato di eterogenesi dei fini. Gli antichi avrebbero osservato che di troppo amore si muore. Soprattutto se non è sorretto da ragione, in questo caso politica. Che in questa partita non solo Conte, come dice la stampa mainstream, ma anche Di Maio si sia suicidato, a me pare evidente. E non è un male.

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