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Peschiera del Garda, assalto degli africani a ragazze italiane: come ci hanno nascosto l’orrore

Abbiamo appena assistito a una sorta di esperimento sociale. Da un lato la coerenza con il moveimento del “Me Too”, il “Se non ora quando” e tutto quello che sul corpo delle donne ripetono ogni giorno; dall’altro l’imperativo etico progressista di nascondere la delinquenza degli immigrati, perché altrimenti si rischia di dare ragione a Salvini e Meloni: cosa pesa di più sulla bilancia dei media italiani? Detta in altro modo: ogni maschio porco che infierisce su una ragazza deve avere lo stesso trattamento, indipendentemente dal colore delle setole e dallo stato sociale, come imporrebbe il sacro principio dell’uguaglianza, oppure entrano in gioco altri fattori e merita di essere esposto alla pubblica riprovazione solo chi è bianco e ricco come Harvey Weinstein o in divisa militare come gli alpini (attendiamo sempre le querele, peraltro)? Ecco, ora lo sappiamo, anche se la risposta non stupisce nessuno.

 

L’experimentum crucis è stato il modo in cui i giornali hanno raccontato le molestie sessuali (inclusi palpeggiamenti, e quindi violenze) ai danni delle sei ragazze che viaggiavano sul treno da Peschiera a Milano, sulle quali si è accanito un branco di nordafricani. Chi ieri ha letto Libero e l’articolo di Renato Farina (titolo in prima pagina: «Immigrati molestatori. Sinistra muta»), conosce la storia. Chi ha letto altri quotidiani, invece, può essere rimasto con molti dubbi. Soprattutto se si è limitato ai titoli, come fanno all’incirca otto lettori su dieci (è così, ci sono studi deprimenti che lo dimostrano).

Il Corriere della Sera, ad esempio, si guarda bene dal far intuire al lettore chi fossero quei delinquenti. «Baby gang da Milano», si legge nel titolino in prima pagina, che uno lo vede e pensa a un gruppo di sanbabilini in trasferta. Bisogna scorrere le poche righe di testo lì sotto per apprendere che le ragazze hanno raccontato che «erano nordafricani».

REBUS DA RISOLVERE
Dentro, peggio ancora. Capire chi sono quei «giovani ubriachi e aggressivi» è impresa da risolvere con l’intuizione: appreso che dicevano «le donne bianche qui non salgono» e che avrebbero partecipato ad un raduno il cui motto era «l’Africa a Peschiera», l’incaricato alla decrittazione deve ricavarne che costoro, presumibilmente, non erano caucasici. «Ci hanno circondate», accusano le ragazze nel titolo: peccato manchi il soggetto.

Chi è stato? Eppure a via Solferino sanno come si fa, lo hanno dimostrato anche di recente: «Molestie al raduno degli Alpini»; «Alpini, in arrivo altre denunce»; «Alpini, 500 molestie segnalate» (notare il verbo: si trattava di “segnalazioni”, in gran parte anonime, fatte sul web); sino al memorabile «Alpini accusati di molestie, il dossier è ancora fermo» (la presa d’atto che in due settimane c’era stata una sola denuncia, triste, solitaria y final).

Stesse accortezze usate in altre testate. La Stampa, che il 12 maggio aveva scritto a caratteri cubitali «Daspo per gli Alpini», stavolta relega la vicenda in fondo a una pagina e titola: «Sei ragazze molestate sul treno dopo il maxi-raduno sul Garda». Latita il complemento d’agente: molestate da chi? In compenso l’occhiello spiega che l’appuntamento per quel raduno era stato preso «su TikTok», e questo ci fa sentire molto più informati. Chi ha scritto l’articolo, almeno, ha l’accortezza di far sapere che quei ragazzi erano «in prevalenza di origine nordafricana».

Scelta minimalista anche per Avvenire, il quotidiano dei vescovi. Articolo breve, taglio basso, per raccontare che le sventurate sono state molestate da un non meglio definito «branco». Pure in questo caso, chi legge che gli aggressori se la prendevano con «le donne bianche» deve fare il suo esercizio d’ermeneutica, poiché nulla, nell’articolo, fa riferimento alla loro origine.

 

«INTERSEZIONALITÀ»
La questione è importante e lo diventerà sempre di più, perché c’è chi lavora proprio per questo. Alla «intersezione» dell’identità sociale derivante dal colore della pelle con quella data dal genere sessuale, o meglio dal «gender», i dipartimenti accademici anglosassoni hanno dedicato fior di volumi. Ne è nata una nuova teoria delle relazioni sociali, che ruota attorno, appunto, alla «intersezionalità», e impone di tutelare le identità ritenute più discriminate. Come trattiamo la storia delle ragazze molestate? Dipende da chi le molesta, è la risposta intersezionale. Perfetta per quel giornalismo animato da una missione che va oltre il compito di raccontare le notizie. E spesso, anzi, non lo prevede neppure. 

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