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Fisco, la tassa nascosta “che non potrete evitare”: Bankitalia vuota il sacco, come verremo rapinati

Una volta depositato il polverone dei festeggiamenti, i lineamenti dell’accordo notturno della Ue iniziano a vedersi un po’ meglio. E quello che sembrava un poderoso pugno sferrato a Vladimir Putin ora appare più simile ad una sonora spernacchiata. Per carità, aver raggiunto un qualunque accordo sul sesto pacchetto di sanzioni dopo oltre un mese di trattative ha sicuramente consentito a Bruxelles di uscire dal terreno del ridicolo dove si stava pericolosamente avventurando. Ma che il patto siglato dal Consiglio europeo sia una roba da leccarsi i baffi, con buona pace di Mario Draghi, che lo ha definito «un grande successo», questo è difficile a dirsi. Per ottenere il risultato la Ue si è infilata in un groviglio di deroghe, eccezioni e dilazioni da rendere quasi incomprensibile cosa accadrà nei prossimi mesi. Di sicuro non accadrà nulla oggi. Dimenticatevi quegli «immediatamente» e quegli «stop al 90% del petrolio russo» con cui gli euroburocrati hanno intasato nottetempo i loro profili twitter.
 

 

BLOCCO VIA MARE La parte più seria dell’accordo, quella che impone il blocco alle importazioni di tutto il greggio russo via mare (due terzi di quello che arriva nella Ue), scatterà tra 8 mesi (anche se c’è pure chi dice 6). Ma non per tutti. La Bulgaria, infatti, potrà stare tranquilla fino al 2024. Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, riforniti via oleodotto, saranno invece temporaneamente esentati dal rispettare le sanzioni. Per quanto non si sa. Servirà un’ulteriore trattativa. Poi ci sono Germania e Polonia. Anche loro si abbeverano all’oleodotto (il ramo Nord), ma non avranno deroghe: si sono entrambe impegnate a chiudersi da sole i rubinetti entro la fine dell’anno. E non è finita, perché l’accordo per ora ha solo i titoli.

Lo svolgimento, i dettagli e l’approvazione definitiva sono affidati agli ambasciatori Ue che oggi, forse, scioglieranno i nodi. Ma se l’embargo, almeno per ora, è finto, l’aumento del prezzo del petrolio purtroppo è vero e, questo sì, immediato. L’indice di riferimento Wti del Texas, prima di ripiegare leggermente in serata, è schizzato nel pomeriggio a 119,9 dollari al barile, un record storico, superiore anche ai 116,4 dollari dello scorso 7 marzo, pochi giorni dopo l’inizio del conflitto. Stesso discorso per il Brent, balzato a 120,9 dollari. Le cose non vanno meglio sul gas. Dopo lo stop alle forniture di Mosca pure per Olanda e Danimarca, il prezzo ad Amsterdam ha chiuso in rialzo del 2,9%, a 94 euro al Mwh. Quotazioni che saranno un toccasana per l’inflazione, che in Europa a maggio si è impennata fino all’8,1%, ben oltre le previsioni, e in Italia fino al 6,9%, un livello che non si vedeva dal 1986. Numeri che, in previsione dell’aumento dei tassi di interesse ora non più rinviabile, hanno infiammato di nuovo i rendimenti dei titoli di Stato, con i Btp al 3,13% e uno spred un pelo sotto la soglia dei 200 punti. Draghi ieri in conferenza stampa si è detto soddisfatto, non solo per l’accordo, ma soprattutto perché nel testo del Consiglio europeo è comparsa la frase price cap (il famoso tetto al prezzo del gas). Un riferimento generico che difficilmente produrrà qualcosa di concreto, ma tant’ è. Quando gli hanno chiesto cosa succederà al debito italiano, visto che continua a promettere aiuti a famiglie e imprese, ha risposto: «Spero di essere ancora bravo e di trovare i soldi nel bilancio, senza scostamenti». Mentre l’Italia e la sua economia restano appese all’abilità contabile dell’ex numero uno della Bce, resta da capire quanto sarà efficace questo schiaffo differito allo zar. Secondo i calcoli di Bloomberg col blocco del 90% del petrolio la Russia potrebbe addirittura perdere 22 miliardi di entrate, 10 miliardi dal greggio via mare e 12 da quello verso Polonia e Germania. Però 6 ne entrerebbero attraverso il blocco di esentati.
 

 

 

 

NIENTE PERDITE I calcoli, ovviamente, si faranno alla fine. Però le stime di Kirill Melnikov, capo del Centro per lo sviluppo energetico russo, non promettono nulla di buono. Secondo Melnikov, se il prezzo del petrolio Brent aumentasse di 15 dollari al barile e il prezzo dell’Ural rimanesse allo stesso livello, le perdite della compagnie russe salirebbero di circa 3 miliardi di dollari. Ma in caso di congiunture negative potrebbero pure superare i 10 miliardi. Un bel colpo? Non proprio. Se si spostano tutti i volumi verso l’Asia e si prezzi aumentano più del previsto, ha fatto notare il tecnico, «potrebbero addirittura non esserci perdite». Le perdite, però, ci saranno eccome da noi. E non solo per gli effetti devastanti dell’inflazione sulla crescita e sul potere d’acquisto delle famiglie, ma anche per i contraccolpi diretti sulle aziende di raffinazione. A Priolo, infatti, l’unico greggio che arriva è proprio quello russo via mare. Secondo il governatore della Sicilia, Nello Musumeci, l’embargo rischia di bruciare fino a 5mila posti di lavoro e l’isola perderebbe un punto di pil, vale a dire un miliardo di euro. Il ministero dello Sviluppo ha già detto che è pronto a dichiarare l’area di crisi complessa. Insomma, ancor prima di assestare il colpo, l’Italia ha già ricevuto quello di ritorno. Delle due l’una: o Draghi invece di celebrare gli accordi farlocchi costringe Bruxelles a replicare l’esperienza del Next Generation Ue oppure saranno guai. Come ha detto lui stesso, per gestire la tempesta in arrivo «i bilanci nazionali non bastano».

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