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La rivelazione di Mikhail Shishkin: “Loro sono peggio di lui, vi dico che fine farà Putin”

Mikhail Shishkin è in esilio a Zurigo per essersi opposto all’annessione russa della Crimea. Ma non è Lenin, che da lì, dopo aver scritto L’imperialismo come fase suprema del capitalismo, partì sul vagone piombato per fare la Rivoluzione sovietica. Ora il romanziere russo che ha vinto il Premio Strega europeo 2022, coltiva una flebile speranza che a rovesciare lo Zar del XXI secolo siano i suoi compatrioti. Anche se sa di non poter fare affidamento su un’utopia, nulla gli vieta di immaginare un futuro migliore. Lo spiega in un colloquio con Il Federalista.ch, dicendosi convinto «che oggi la Russia è come spaccata in due: ci sono due popoli psicologicamente e mentalmente completamente diversi, che si definiscono entrambi russi».

Da un lato, deve constatare che «la vecchia generazione è ancora saldamente sotto il martellamento costante della televisione di Putin. Sono realmente convinti che l’Occidente abbia invaso la Russia, quindi che sia doveroso difendere di nuovo la patria come hanno dovuto fare i nostri nonni». Dall’altro, sa che nella società si trova anche un’aspirazione diversa. Riconosce che sono pochi a pensarla come lui, ma «la minoranza, alla quale appartengo, crede nei valori europei di democrazia e libertà. Per noi la cosa più importante non è lo Stato, ma la persona. Secondo questa visione, il giudizio sul bene e sul male spetta a ciascun individuo. Se lo Stato agisce in modo sbagliato, allora mi oppongo e voglio essere libero di dissentire». La frattura culturale è evidente e profonda. Del resto, non si può scordare che «la propaganda di Putin ha gridato per anni: “I nostri vengono vessati in Ucraina!” fino a giustificare questa guerra. La maggior parte dei russi si identifica con la propria tribù. Non si assume la responsabilità personale, non prende decisioni, lascia fare tutto al capobranco».

 

 

UN’ORDA BARBARA – Sono abituati così da secoli e, se si ritorna indietro nella mentalità del passato, spiega l’intellettuale, si riscoprono le radici dell’atteggiamento odierno: «Quando qualcuno nel Medioevo gridava “il nostro popolo rischia di essere sconfitto!”, la gente correva immediatamente con bastoni e forconi, senza pensare se il “nostro popolo” avesse ragione o meno, perché il nostro popolo ha sempre ragione». È la radice dalla quale spunta il «“Russki Mir“, il mondo russo, che è la pietra angolare della nuova ideologia putiniana. La parola Mir era il nome delle comunità nei villaggi medievali». È un processo di identificazione da orda barbara, trasposto nella postmodernità, rinvigorito da missili ipersonici e qualche migliaio di testate nucleari e ammantato da un vago sentimento religioso misto a una rivendicazione etnica e nazionalista.

Però l’invasione viene propagandata come la conseguenza di un ideale romantico, quasi mistico. «La leadership del Cremlino ha giustificato l’attacco affermando che la lingua e la cultura russa in Ucraina devono essere salvate. Ma quello che sta accadendo ora è un crimine non solo contro i civili ma anche contro la nostra stessa cultura. La mia lingua ora non è identificata con la grande letteratura russa, ma con i bambini uccisi a Odessa, Butcha o Mariupol. Putin ha fatto della mia lingua la lingua degli assassini», lamenta Shishkin.

Un intellettuale che ragiona con la propria testa, però, non può piegarsi a una narrazione falsa della storia. Come gesto concreto, il romanziere ha accolto una madre ucraina con il figlio di otto anni nella sua casa a Zurigo. E si confronta con i rifugiati per rassicurarli che «non tutti i russi sostengono la guerra. E piano piano, dialogando, vedo che nei loro occhi l’odio è sostituito dalla gratitudine». Sarà faticoso, ma innanzitutto, avrebbe detto Aleksandr Solzenicyn, bisogna «vivere senza menzogna».

 

 

LA STORIA SI RIPETE – Invece, il passato sovietico riaffiora. Eccolo tornare a sventolare con le falci e martello delle bandiere sovietiche issate sui pennoni in Ucraina, a poca distanza dalle fosse comuni dove sono state sepolte le vittime del nuovo imperialismo putiniano. E il motivo è, secondo Shishkin, che «non abbiamo imparato nulla dalla Storia. Non c’è stata la de-stalinizzazione, non ci sono stati i processi di Norimberga contro il partito comunista, e come risultato è emersa una nuova dittatura. E una dittatura ha naturalmente bisogno di nemici e di una guerra vittoriosa per continuare a esistere. Ora siamo in quella guerra. Ma non tutte le guerre finiscono con la vittoria delle dittature».

Se non fai i conti con gli errori del passato, prima o poi sarai condannato a commetterli di nuovo. È una lezione che si sperava di non dover apprendere al prezzo di vite umane. E invece qualcuno ha dovuto vedere scorrere il sangue per risvegliarsi e riprendere a udire il richiamo della propria coscienza. Ma «se non ci sarà un riconoscimento nazionale della colpa, se il mondo non vedrà una genuflessione russa a Kiev, Kharkov, Budapest, Praga, Tbilisi, Vilnius, tutto si ripeterà. Senza il riconoscimento nazionale della colpa, la Russia non ha futuro. E la prossima depenalizzazione totale della Russia sarà portata avanti da un nuovo Putin con un nome diverso». Perché al Cremlino nessuno può stare davvero tranquillo e «più bare tornano in Russia dall’Ucraina, più forte è il grido: “I nostri sono stati sconfitti”. La ricerca di un nuovo zar è già iniziata», conclude Shishkin. 

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