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Il piano verde fa schizzare i prezzi: nuove strette Ue sui combustibili tradizionali? E il costo del gas sale

Anziché allentare i vincoli sull’uso del carbone o spingere Paesi come l’Italia a riconsiderare certi veti scellerati sull’energia nucleare, la Commissione europea ha imboccato la strada opposta: imporre un ricorso alle fonti rinnovabili maggiore di quello previsto nelle tabelle attuali. Secondo la proposta presentata a luglio dall’esecutivo di Bruxelles, entro il 2030 gli Stati membri dovrebbero portare al 40% (anziché al 32%, come stabilito in precedenza) la quota di energia consumata che viene prodotta dalle rinnovabili. Oggi nella Ue quel valore è pari al 22% e nel caso dell’Italia si ferma al 19%. L’obiettivo, insomma, è già molto ambizioso e difficile da raggiungere. Nonché costoso: per incentivare la produzione di elettricità da impianti eolici, fotovoltaici e da altre rinnovabili, nel 2020 i contribuenti italiani hanno speso 11,5 miliardi di euro. Eppure quel 40% ora è ritenuto insufficiente, e la guerra in Ucraina e l’aumento dei prezzi dell’energia sono diventati il pretesto per un approccio ancora più radicale. La Commissione è intenzionata infatti ad alzare ulteriormente l’asticella, chiedendo agli Stati di raggiungere entro il 2030 una quota di energia da fonti rinnovabili pari al 45%.

 

 

 

Lo ha spiegato ieri la tedesca Mechthild Woersdoerfer, vicedirettore generale del dipartimento Energia di Bruxelles: «Stiamo lavorando a pieno ritmo per tenere conto, in primis, della proposta di passare dal 40% al 45%, ma anche dell’aumento dei prezzi dell’energia». All’atto pratico, si tratta di rendere molto più facile la concessione di permessi per l’installazione di pannelli solari e pale eoliche, che per raggiungere i nuovi obiettivi europei dovrebbero moltiplicarsi nei prossimi sette anni. Una linea condivisa dal commissario Paolo Gentiloni, secondo il quale «l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia non fa che confermare la necessità per l’Europa di continuare sulla strada della riconversione energetica e quindi delle rinnovabili». L’annuncio della Commissione ha fatto schizzare all’insù il prezzo del gas, che poi è ridisceso, chiudendo comunque la giornata in rialzo sia sulla piazza di Amsterdam (+0,49%, a quota 94,23 euro al MWh) che a Londra (+2,63%). Lo stesso governo italiano, però, sembra credere poco alla promessa salvifica delle rinnovabili. I ministri Luigi Di Maio e Roberto Cingolani, assieme all’amministratore delegato dell’Eni, Claudio Descalzi, ieri sono volati in Africa alla ricerca di fornitori di gas in grado di rimpiazzare la Russia. I tre sono stati in Angola e oggi si trasferiranno in Congo: in ognuno dei due Paesi viene firmata una dichiarazione d’intenti, dunque non un contratto, ma un’intesa preliminare.

 

 

 

Tempi lunghi, quindi. Anche perché dei 5 miliardi di metri cubi di gas all’anno che la missione dovrebbe procurare all’Italia, al momento non vi è traccia. Nel 2020 l’Angola ha esportato in tutto 6,1 miliardi di metri cubi, vendendolo liquefatto all’India e ad altri Paesi asiatici. La quota annuale di produzione Eni è pari a 0,6 miliardi di metri cubi. Non a caso, la dichiarazione firmata ieri prevede di sviluppare nuove attività: segno che con quelle esistenti l’Eni e l’Italia possono fare poco. Il governo di Roma s’ impegna anche ad aiutare l’Angola nella de-carbonizzazione e nella transizione energetica, dunque nell’uso delle rinnovabili: fatto da chi è andato lì per comprare gas e farne estrarre ancora di più, ha un che di surreale. Quanto alla Repubblica del Congo, dai giacimenti di questo Paese l’Eni ricava ogni anno 1,4 miliardi di metri cubi. Occorre investire molto nell’estrazione, insomma, e non si vede come da qui possa arrivare, entro breve, il metano sperato.

 

 

 

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